Pascarosa


La contrada, posta a circa 10 chilometri da Ostuni, detta anticamente Li Sièrre (colline) per la posizione del sito elevato per 310 metri, è caratterizzata da pittoresche dimore rurali occupate stabilmente da una quindicina di famiglie. Sorgeva al confine tra le Difese di Chiobbica e di San Salvatore, da tempo immemorabile separate da un muraglione elevato con pietre di notevole spessore (parietone) del quale sussistono ancora alcuni tratti. Nelle vicinanze di questo antico limite sorge la Specchia Satia, un manufatto monumentale di forma elissoidale, alto quattro metri e mezzo, dalla circonferenza di 63 metri. Si tratta di una struttura simile a un trullo ma interamente occupato da pietre, con gradini incassati nella zona nord che raggiungevano la sommità, probabile punto di osservazione di antiche comunità che popolavano il territorio nella più tarda età preistorica. Una credenza popolare lo vorrebbe, al contrario, elevato in una sola notte per ordine della regina Giovanna d’Angiò. Così è descritto in una rilevazione dei confini della Difesa di San Salvatore nel 1786: quali beni del suddetto Gaito vanno a terminare fino a un titolo, seu fitta, segnata con croce ma prima che si giunga a detta fitta devesi ritrovare nel nostro confine una grandissima specchia, che per la sua grandezza, si può dire meravigliosa. Il toponimo Li Sièrre, ancora in uso nel XIX secolo, è stato successivamente sostituito da Pascarosa, agnome proprio di Domenico Argentieri di Ceglie. Lavoratore intraprendente, Argentieri aveva preso in concessione nel 1796 una porzione di terre della Difesa di Chiobbica che rientravano tra i beni comunali ostunesi, acquistandole e incrementandole dopo la soppressione delle proprietà feudali agli inizi del 1800. Fissò la sua dimora in due trulli che ancora oggi prospettano nella piazzetta di Pascarosa dove sorge la chiesa, realizzando una cisterna che a memoria degli anziani del luogo, fu scavata da carcerati. Va ascritto ai numerosi discendenti di questo “fondatore” lo sviluppo dell’insediamento rurale che nel 1924 fu nobilitato da un artistico Calvario, nel quale ha trovato posto la statua in pietra di “Cristo morto” scolpita dallo scultore Francesco Bagnulo. Committente della struttura devota un discendente di Domenico, Giuseppe Argentieri (1875-1955), più noto per gli ostunesi attempati come Seppe li Sierre, immortalato da una celebre poesia di don Pietro Pignatelli, Li mièdece de Stune e Sseppe li sierre, e dalla brillante commedia di Silvio Jurleo, Sseppe li sierre. A questa saggia figura di mago-psicologo, la cui fama aveva travalicato i limiti regionali, si rivolgevano per medicamenti e per consigli quanti non credevano nell’efficacia terapeutica della scienza medica.

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